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Un pomeriggio al M.Ær.D - IMPRESSIONS - Rivista digitale di critica della cultura
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Un pomeriggio al M.Ær.D

di Niccolò Musmeci

 

Eh sì, non ci sono dubbi: quello è proprio un tombino. Mi trovo al M.Ær.D (Museo d’Arte Ermetica della Domenica) e l’opera che sto osservando è un comunissimo preludio alla cloaca comunale: un grigio quadrato di ghisa con tre fessure. Il titolo? Ultrasentimento delle mie angosce. Osservo, provo a riflettere, ma nulla: i miei pensieri vanno triplicemente a vuoto. Decido di far prendere un po’ d’aria alle mie perplessità. Due volte miope, per mancanza d’occhiali e spiegazioni, esco nell’autunno della pianura padana per dirigermi nello spazio più frequentato del M.Ær.D: il bar all’angolo. I dubbi alimentano una nebbia coralmente prodotta dall’incontro fortuito su un tavolo da asporto tra un cigarillo, un caffè e una manciata di domande. Cosa diavolo è l’ultrasentimento? Angoscia di cosa?

Sono ormai sul punto di arrendermi quando, per puro caso, una speranza si profila sotto forma di inchiostro su carta patinata. Nel dépliant meccanicamente acquisito all’ingresso del M.Ær.D leggo che tra pochi minuti è prevista la presenza alla mostra dell’autore fognario in persona: «Ore 18:30 – Interviene l’artista concettuale Man Zony». Rientro al volo e aspetto al cospetto del concetto il concettoso autore dei miei dubbi. La domanda che gli pongo è semplice, oserei dire archetipica: «Perché?». La risposta è lunga e articolata, spossante la comprensione. Il succo del discorso, carpito a stento fra i meandri di un periodare a zonzo tra teorie da Voyager – Ai confini della conoscenza e deliranti asserzioni da mago Otelma, è che per Man Zony l’opera d’arte veramente contemporanea si fonda su due componenti interrelate: quella, ai confini del razionale, dell’iperconcettualismo e quella, irrazionale, di un cuore di panna. Come dire: dalla nebbia alla bruma notturna. Fuor di sproloquio: l’Ultrasentimento delle angosce è il ritratto universale dell’umanità, della prigione psico-fisica che ciascun uomo testimonia d’essere suo malgrado, il senso e il sentimento impossibile da esprimere.

No non mi convince: la sola prigione che mi pare opportuna in tutta questa storia è quella in cui andrebbe rinchiuso Man Zony. Urge altra visitina al bar-pensatoio. Pacchetto di sigarette, stavolta, e tanto altro caffè sicuramente corretto, e non poco. Gli iperaromi scatenano un maelstrom di ragionamenti. L’angoscia l’ho letta in decine e decine di libri, l’ho vista in diverse stampe, l’ho osservata in dipinti sublimi e mi ha toccato con sculture emotive oltre l’immaginabile. Ora, mi dico, quando per strada passerò davanti a un tombino, dovrei riconoscervi un ritratto della parte più universale del mio io? O dovrei, meno narcisisticamente, riconoscere nella perizia anonima dell’acquedotto comunale i prodromi dell’iperarte di Man Zony? La nuda verità è che pensando alle sue opere non riesco a scorgere nessun appiglio per considerazioni che riguardino le arti, l’intelletto o lo spirito. In compagnia del mio labbro inferiore che spinge verso l’alto, ambedue rassegnati, mi avvio verso l’uscita: dopo l’ultra, il mega e l’iper, ho voglia di ritornare all’Ordine.

Caro lettore, questa è una storia verosimile di natura autobiografica, e che tu ci creda oppure no, andò a finire che sulla via di casa, un po’ oltre il bar all’angolo del M.Ær.D, calpestai involontariamente una copia di questo capolavoro. Se è vero che ogni cosa può essere assunta a simbolo, se qualunque oggetto o accadimento può innescare almeno un concetto, allora il mio racconto sarà stato di una qualche utilità e per di più in punto di morte anch’io potrò dirmi artista. O no?

Niccolò Musmeci

Niccolò Musmeci, fiorentino, studia Giurisprudenza all’università degli studi di Firenze e scrive sull’Avanti!online.

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