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Palermo è una capitale triste? - IMPRESSIONS - Rivista digitale di critica della cultura
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Palermo è una capitale triste?

«Odio i viaggi e gli esploratori,

ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni.

Ma quanto tempo per decidermi! »

(Claude Lévi-Strauss- Tristi Tropici)

 

Très tristes tropiques? Quel dramma tipico del Mezzogiorno che continua a penalizzare anche i suoi apici di buona lena è mistificarsi in assenza di autocritica, quindi scambiandosi per tutt’ altro. Ricevere il titolo di Capitale della Cultura 2018 forse ha dato alla testa ai palermitani più bisognosi di conferme? C’è un equivoco demoetnoantropologico in corso? Interpellati sul tema, quello che sindaci e cittadini innamorati non riescono a spiegare è come fa una capitale della cultura ad ammucchiare 107 mila disoccupati e simultaneamente darsi arie di avanzamento. Ma sembra che importi nulla, basta che si vinca sempre “alla faccia di” qualcuno (o qualcosa) come capro espiatorio di rosicamenti, ammutinamenti e altre cose. Quindi la recente moda della Palermo ri-nata ricorda quei pazzi di film e barzellette che si credono Vespasiano, Marlon Brando o Churchill, ed è un caso tra i migliori di capitale triste vestita di stracci e compiaciuta di un modo e di un mondo culturale troppo angusto, che avverte stranamente in se una personalità regale e cosmopolita in barba a evidenze e certificazioni di fallimento. Se Palermo accetta solo complimenti e nessuna domanda, significa che è ancora nel pieno di un regime difensivo e permaloso per qualificarsi ‘colta’ al punto giusto da internazionalizzarsi?

Sul caso “capitale della cultura vero o falso?” ormai è soprattutto una questione di oves et boves e perchè dirne bene o male riaccende le contrapposizioni più ataviche: “Apocalittici e Integrati” o “realisti e campanilisti interessati e/o spaventati”? “Pessimisti in malora” e “gioviali costruttivi”, oppure “apoti” e “accecati dal mito del capoluogo di provincia?” Intanto l’Araba ‘Infelice’ non smette di esser descritta su quotidiani nazionali e internazionali (da qualche parte nientedimeno che “The resurrection of Palermo”) come capitale di qualsiasi cosa – ingegno, arte, cultura, progresso, bellezza, legalità, civiltà- e paradigma per rinascite a portar via e risalite trionfali. Ma, ci si chiederà, sarà ingenuo, falso o semplicemente immorale far ritratti a lustro di una città così regina di cattivi esempi, soprattuto se l’accesso al lavoro è tra le prime forme di cultura? E potrebbe non servire a molto la virtù chiamata ‘resilienza’ come attitudine a trarre il meglio dal peggio, quando implica il tenersi questo ‘peggio’ sempre ben in caldo o addirittura minimizzarlo a favore dei feticci isolani più bozzettistici del “come noi, nessuno!”: l’eredità Classica, la simpatia, il teatro dei pupi, l’architettura normanna e i mercati storici, il mare, il sole mediterraneo, l’ Humanitas e Pietas, la pasta allo scoglio e il clima mite tutto l’anno e il pesce fresco. Però, se lo sguardo si concentra oltre ogni trucco da incantatori di serpenti si avvertirà in città la riduzione attuale degli interessi e delle tematiche a pochi dati e apporti ripetitivi e fissi, elemento che potrebbe essere imbarazzante per una ‘cultural capital’. Certo non manca nè fumo negli occhi sparso nè l’ansia di recupero del temps perdu, con  tentativi (disallineati rispetto al genius loci) di internazionalizzazione fashionistica attraverso le più recenti introduzioni e imposizioni di minimalismi da sushi e lussuosaggini d’haute couture, come nei sottosviluppi dei Quarti Mondi indebitati ma colonizzati da multinazionali e sceicchi per costruire megaresort e skyescrapers con baracca dietro l’angolo.

 

Wow! , direbbero i cultori della reductio ad unum e del sincretismo etico ed estetico più ingenuo. Ma mescolare il sacro al profano, lo chic al cheap, il bello al brutto, il degrado all’hi-tech, il decoro con l’abbandono, sarà invidiabile pop art oppure apoteosi kitsch o magari più miseramente la complicità con la Bruttezza, nella rinuncia definitiva a una civiltà  illuministica e autenticamente europea? A farsi un giro tra una passeggiata a piedi e un tragitto in macchina sembra che tout ne se tient  pas e che la bellezza non riesca a conservarsi neppure in quei monumenti apparentemente conservati o a quegli edifici preservati nella dignità da restauri competenti, il ‘contorno’ non sembra all’altezza del ‘poco’ ancora in salute. Non bastano neppure i dreamcatcher tra affissioni abusive  per poster di esclusivi live neomelodici, urla, mercatini di pulci e zecche, banconetti decrepiti, mogani di risulta, maniglie dorate trafugate da vecchie bare divelte vendute come ninnoli capricciosi, testiere di finta noce, broccati fasulli e damaschi mortizzi, intarsi di plastica, bronzi artificiali, ritratti di vecchi. Fruttivendoli e cucinatori di frattaglie innsmouthiani con pentoloni graveolenti, ex pendagli da forca (o in itinere?) muniti di cuori di Gesù attaccati alle carrette e con indosso caratteristiche magliette dei giocatori del basket con numeri come ‘53’ o ‘31’ o delle prestigiose università americane con refusi nel lettering (Harfard, Yali, Cambritge etc.). Impossibile qui chiamare le cose col loro nome e dire ‘pane al pane’ quando tutto è rovesciato à la Alice in Wonderland, lungo impressioni tristi ma completamente prive di miti o fascini da Grand Mauvais Goût. Promontori infiniti di degrado e grigiore per turismo sadico e guardone,  cortiletti e angolini dove non ci sta neanche  un’aiuola di verdure, con poveri cavalli smunti e cani inferociti da usare per combattimenti clandestini, stipati tutti insieme in microstalle,  bambini piccolissimi che corrono in pannolino (altro che Germi, Castellani e Zavattini messi insieme!) a piedi nudi tra escrementi di topi e immondizia;  giardinetti pubblici con panchine o sedute-lapide molto squallidi, scivoli arrugginiti a garanzia tetanica, cavi elettrici a tonnellate e a vista ovunque, annodati tra macerie e voragini, cemento male armato e abbandonato, lurido (il tutto giustificato e approvato dalla Commissione per il Romanticismo del Pittoresco che usa etichettare bruttezza e orrori dell’abbandono come pittoresque charmant per non guardare e girarsi dall’altra parte, perchè troppo doloroso?).

 

Via Maqueda, strada storica di antiche eleganze oggi è risolta in pseudo-caricatura di boulevard o street immiserita da una  gran parata di business violento per food and beverage di terza scelta, con sequenze interminabili di fritto-store, gelaterie sintetiche, “All 1 Euro” gestiti da coreani, panino-speed con techno a tutto decibel alternati a consunzioni architettoniche e “vendesi” a ripetizione. Intanto, altrove, in zone sparse e nascoste ma sempre centrali, spazi espositivi messi su tra crolli e sventramenti, perchè si dice che farebbe cultural chic mescolare la morte con la ‘vita’ (nell’alibi resiliente “dal letame nascono i fior, hai visto?”- per commuovere e attirare gioventù che non ha di meglio, vecchine impellicciate e nobilame annoiato da quei riti sempre uguali degli abbonamenti alla lirica). Il tour nella Capitale continua tra tetti in sfacelo, piazze storiche come deposito cassonetti, ­­­scheletri cementizi incompiuti per mancanza di soldi,  calcestruzzi à la diable,  recipienti blu o di eternit e antenne paraboliche che schiacciano il paesaggio, ecomostri abusivi in attesa di tritolo, graffiti-delitto anche sugli edifici o aree monumentali. Sempre tra gli sventramenti e i ‘vendesi’ casette basse poi crollate e implose dentro, dove cresce ormai la vegetazione per mancanza di ogni manutenzione e neanche occupabili da squatters ancora più miseri, guano di piccione sparso su portoncini, nei pressi di auto rubate con vetri scrupolosamente sfondati.  Palermo, post-neorealista e pop-cinica, con la sua Piazza Verdi e l’area d’ingresso al gioiello di Basile, il teatro Massimo, convertita in campo di calcetto teppistello come nelle più povere e degradate cittadine coloniali del Sudamerica. Nei paraggi, tollerato dalle forze dell’ordine, prepotente bivacco di ragazzetti zozzi e stracciati a centinaia, birramuniti già alle 4 di pomeriggio e che dicono solo “merda, suca, fuck e shit”, tracciando ovunque cazzi e vaffa, prediligendo devastazioni, abiezioni come farla sul marciapiede davanti a tutti. A spasso tra le aree più antiche, illegalità diffusa e sistematica rifilata e vissuta per colorismo e folklore, a colpi di caterve di ambulanti che occupano abusivamente il suolo pubblico vendendo merce senza rilasciare scontrini, lungo file e file di poltrone e divanetti, seggioloni usati e lerci, catafalchi, guanciali, materassi, reti ortopediche, culle, porte divelte, sedie, tavolini, invadendo carreggiate secondo il più galante costume suk-sudista “uè compà, la strada è mia, e chemmenefott’àmmè!”.

Ma un luogo davvero umanistico non dovrebbe essere fatto di lavoro, civismo e decoro urbano anche minimo, invece che di anarchia e disoccupazione con annessa permanenza a casa di mammina a oltranza e dunque adolescenza protratta fino ai 40-50 anni?. Questo carattere mediterraneo e astratto, l’attitudine costiera di trasformare ogni dato concreto in discorso senza nesso col reale unita a una chiacchiera remota da ogni influenza sui fatti, rende Palermo (epitome del colonialismo culturale passivo) il fantasma di un castello in cartapesta vivo solo per rendita di antichi fasti e che non ha nessun coraggio di ‘crescere’. L’aria che si respira per quanto riguarda il ‘tessuto culturale’ legato a ‘eventi’ e manifestazioni  sembra un po’ cupa , forse affetta dal morbo della Vecchia Solfa e dell’avanzare a forza di trionfalismo senza riscontri empirici e autoproclamazioni. E certo sembra troppo presente quel sentore di arraffo full time dell’unico osso per troppi cani, nella contesa ferocissima e strategica di spazi, attenzioni, tempi e consensi, anche insignificanti, tra giovani leve a caccia di notorietà, canizie incattivite, facce note e quattro amici al bar, nel comfort di una torma che si autosostiene come i pezzetti del domino prima di crollare. C’è davvero poco arrosto, tra umanisti frustrati e siderurgie passive, e artisti impegnati nello sforzo di emergere nel ‘circuito’ nazionale come ‘seri’, concettual-minimali, e quindi ufficiali e  internazionali, oppure di essere avanguardia antisistema ma ricadendo costantemente nelle tentazioni bigotte del nazionalpopolare che col Sistema fanno parure.

 

Qualcuno penserà “che se ne fa una vera Kapital der Kultur della propaganda su rinascimenti mai avvenuti, o dell’assillo e sovrapproduzione di sottoprodotti letterari, teatrali e pittorici e musicali?” Il tic locale sembra la ricaduta nel già noto, non certo il desiderio di incontri e ragionamenti cosmopoliti, ma presuntuose periferie acritiche di sovraffollamento disgregato e di atomismi sempre più fieri. E ostentazione da Strapaese del seguire solo piccole e minime cose, la bottega, le discussioni locali su problemi locali fatte da nomi locali, nella ripetizione delle opinioni e delle dichiarazioni. Ma basterà recarsi a qualche ‘evento’ di colossi panormiti del déjà-vu e del déjà-entundu, o ad alcune esposizioni seriali per dire che si è salvi dall’insularità e nemici del milieu rassicurante? Come in quegli apologhi moralistici dove “conta il viaggio e non la meta”, Palermo allora non avrebbe bisogno di quagliare, ma solo di mostrare buona lena puramente intenzionale e non fattuale per il ‘cambiamento’.

Il tasso di fervore intellettuale si può misurare ascoltando e annotando le discussioni di certi gruppi di Signore e Signori impegnati a rifare la conversazione del demi-monde francese o la caricatura della vecchia cafè society, con giudizi tutti uguali a proposito di stormi di presentazioni di libri in fila come panettoni avvitati sulla storia della città o su quant’è bella e unica e antica e ricca di suggestioni, col tris-tormentone dei sapori-odori-colori che consola ogni pena da malaurbanità.  E altro che Drouet,  Rigault, Marat, Danton o carboneria, sommosse e rivoluzioni nei bugigattoli! Qui niente contrapposizioni reali: una o due librerie al massimo, o due-tre gallerie, amalgano borderline e cadetti, lowbrow e highbrow, accentrano completamente il ‘top’ degli assembramenti artistici e culturali ufficiali, così tutto ‘succede’ solo in aree deputate (e pensare che Ciprì e Maresco erano un tempo il massimo dello scabro, e ora sono già una carezza che non fa neppure il solletico). Sarà questa ristrettezza di spazi e idee a ostacolare la nascita di un vero antagonismo tra conformism e undergroundness, come si usa nelle (vere) capitali culturali come New York o Parigi o Londra?

Offerta culturale ideologizzata e compatta che si difende bene da ogni novità o concezione insolita, ove si ammettono unicamente quelle trasgressioni a registro in cui compaiono icone dialettali del cinema di serie d, per compiacere in un colpo solo popolino e borghesia,  palato dei radical folkl e housewifes di borgata. Virando ancora un po’ ma restando in zona eventi, ci si imbatte nelle ‘scoperte’ di tradizioni locali come genialate ma che invece sono sempre state là. Sagre, salumi e vini minori e itinerari sempre più astrusi per ammirare ‘factory’ de noartri, verso paesotti fino a ieri ignoti e poco seducenti ma abilmente piazzati alla ribalta grazie a massive operazioni di marketing culturale con installazioni sempre meno affascinanti e performances d’artisti che suonano violini suonati dal vento in campi di grano biologico. Con conseguente rivincita dello strapaese mascherato da cultura del contemporaneo e dunque ribattezzato ‘cultura del territorio’ che si rinnova e si attiva. Un popolo di artisti, leggendo i giornali: però, scarsa cultura generale ma voluminose aspirazioni e attitudini generiche onnicomprensive,  credendosi cantanti, attori, scrittori, poeti, compositori di élite. Pittura estemporanea dilettantistica –ma spacciata per ben altro- con sfondi sonori  quali cori della vendemmia, flautisti della trebbia, stornelli della spannocchiatura. Non è noto come finirà la partita (o invece sì?) Idealismo borbonico vs illuminismo asburgico:  l’arbitro è già pronto a udire le accuse di cinismo verso l’utente indesiderato, e di ressentiment , di bicchiere mezzo vuoto,  di panieri e  rotture di uova e altri escamotage retorici (come il relativismo opportunistico-oltranzista del ‘tutto il mondo è paese’, in cui si relativizza sempre il male mentre i ‘fattori positivi’ e le eccellenze, stranamente, sono sempre ‘one and only’). Tutte mine per delegittimare visioni realiste di chi non dimentica il dato e l’evidenza, ma a confortare i delusi dal match resteranno gli sponsor a cui va un ringraziamento speciale:

– Lega Nazionale Climbers

-Assessorato al Pallone gonfiato

-Istituto Superiore di Compiacenza

-Cialtrons & Partners

-Fondazione Vecchie Solfe

-Supermegacantine assatanate wine corporate LTD

-Associazione Mezze Calze Onlus

-Società culturale del Parmigiano a cubetti SRL

Rubina Mendola

Si è laureata in Filosofia a Palermo. Il 29 Ottobre 2015 ha fondato Impressions, rivista online di critica culturale che attualmente dirige. Si dedica alla filosofia, alla critica, al pamphlets. I contesti filosofici della sua formazione sono il pensiero nietzscheano e le tangenze tra pensiero kantiano e wittgensteiniano, l’epistemologia, il pensiero analitico, la filosofia della scienza e del linguaggio. Si occupa di filosofia, critica cinematografica, new media e letteratura. In passato si è interessata alla storia dell’arte e all’estetica. Ha scritto per il Notiziario Bibliografico (Il Poligrafo-Padova), per alcune riviste online (Kill Surf City, Iovo.it, Rapporto Confidenziale) e per il quotidiano La Repubblica (Palermo). Ha pubblicato alcuni saggi e articoli per Mimesis e Franco Angeli.

3 Commenti
  • Alfio Squillaci

    “… il tutto giustificato e approvato dalla Commissione per il Romanticismo del Pittoresco che usa etichettare bruttezza e orrori dell’abbandono come pittoresque charmant per non guardare e girarsi dall’altra parte, perché troppo doloroso?….” Scrittura formidabile. Sono stato a Palermo l’anno scorso diverse volte, meglio non avrei potuto dire. E ho visto tutto ciò che tu così diligentemente e fantasmagoricamente hai visto. Eh sì il pittoresco non è che il quotidiano degli altri!. Pezzo da incorniciare. Applausi in piedi cara Rubina!

    05/04/2017 at 12:58 Rispondi
  • Bablofil

    Thanks, great article.

    09/04/2017 at 19:41 Rispondi
  • Tony

    Palermo l immaginavo come una nobile signora con il vestito logoro e dalla voce rauca.Oggi l ho vista lontanissima dalla monumentalità dell suo passato, sopravvissuta a se stessa .Non invoco la sua riscoperta mi auguro una sua nuova nascita ,da mille madri come Rubina

    20/04/2017 at 19:03 Rispondi

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