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Essere Lizzy Bennet - IMPRESSIONS - Rivista digitale di critica della cultura
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Essere Lizzy Bennet

 


Non passa mai di moda il tempo della fascinazione verso certi romanzi, soprattutto per signore e signorine affezionate per natura ai bouquets da sposa, anche se nascoste da una maschera di cinico erotismo. A proposito di questo argomento, viene in mente che la scrittrice Jane Austen non è soltanto un patrimonio letterario frainteso, o il faro più abusato per ricerche e desideri neofemministi. Neppure è solamente l’ennesimo alibi per imporre un certo immaginario rosa da sfruttare e riciclare a dovere lungo sceneggiature, serie televisive o narrativa scadente costruita su trame ridicole e sensualismo da pruderie parrocchiale (lui ama lei, lei ama lui, lui desidera lei, toccamenti e assaporamenti di parti del corpo, comodini infuocati, retoriche di umori, odori e sapori…). La Austen scrisse col sangue novels of manners, con perfetti ritratti del ceto borghese e della gente benestante di campagna, e forse non avrebbe immaginato che questi suoi personaggi ricalcati dal vero, per cui erano essenziali visite galanti, matrimoni, balli e discussioni a un tavolo da tè, si sarebbero riproposti oggi ma con più ipocrisia (unica differenza che oggi le donne sembrano disposte a rassegnarsi al destino che l’indole ha assegnato a loro?). I suoi romanzi, e su tutti Pride and Prejudice, appunto comedy of manners tipica di Congreve, sono stati l’occasione per riattizzare gli assunti bovaristici di un ‘voler essere senza poter essere’ e per riconfermare lo strazio che separa il se ideale da quello reale. Il testo della Austen che risente di più il colpo dello sputtanamento middlebrow è “Orgoglio e Pregiudizio”, che non è, come piace pensare al neo-suffraggettismo, un pròdromo di Sex and the City su declinazione tardo periodo georgiano/Regency o una sua versione ‘classe media ottocentesca’ e miniaturizzata.

Gli elementi per sbavare dietro a obiettivi impossibili e per un transfer e controtransfer effettivamente sono tutti là, pronti da scartare, con una crapula di sogni sentimentali. La ruota dei tipi e dei caratteri è ampia: il molto simpatico, affabile, ricco e scapolo Mr. Bingley, a Netherfield, con la tenuta luminosa e impeccabile nei pressi di Longburn, e la famiglia Bennet, articolata su moglie-marito e cinque figlie tutte nubili e in età da matrimonio, sul registro forte della tradizione, educazioni e affetti ruspanti. La signora Bennet è affezionata, di mondo e piuttosto pragmatica, immediatamente eccitata al pensiero della propria figlia piazzata al Mr. Bingley. Non è da meno il lecchino e buffo Mr. Collins, curato senza pretese ma esperto nei riguardi mondani, pieno di ossequi verso il mondo aristocratico come nella sua devozione per la ferocissima patronessa Lady Catherine de Bourgh. Seguono Charlotte Lucas, amica delle sorelle Bennet, dimessa ma vispa a sufficienza da capire l’urgenza di de-zitellarsi, l’ufficiale soldato nella milizia, Wickham, l’assoluta inconsistenza eretta abusivamente a fascino, la sola del lazzarone e maschione irresistibile che cela lo zero. Ma alla fine, questo mosaico di figurine scompare completamente agli occhi della bovarista media, perchè tutto il match psicologico si basa sul valzer di impressioni e desideri tra Elizabeth Bennet e Darcy. Ogni ragazza si sente pronta alla candidatura per la miglior Lizzy del mese, o del decennio. ‘Aò, e che ce vò?’, direbbe la concorrente. Questa Lizzy a cui (secondo lei, salvo clamorosa smentita finale) bastano poche occhiate per conoscere gli altri, è protagonista in ogni senso (anche se appartata, il suo tacere è eloquente) e maestra di sarcasmo temperato da grazia e misura: è un soggetto scalto e intelligente, spietata con brio, possiede l’arte di ferire, ha un certa caparbietà, è imprudente e sconveniente, dice le cose più sgradevoli nel momendo meno indicato ma lo fa con una leggerezza che rende tutto perdonabile. Ma questa situazione per cui tutte vogliono essere Lizzie o si credono addirittura lei è sempre più frequente anche per la controparte maschile, l’oggetto del desiderio, l’uomo ideale della protagonista, il signorino Darcy.

Naturalmente qualsiasi donna che si sopravvaluti almeno un poco non può che convincersi (e cercare di convincere) che il maschio giusto per lei sia proprio un coltissimo stronzo aristocratico, discriminatore, pieno di orgoglio, minimalista con accenti neoclassici e schivo nel modo più seducente. Dopo essersi convinte di questo, il passo ulteriore sarà credere che un Mister Darcy potrebbe sentirsi attratto da loro. Fitzwilliam Darcy è honestly romantic, eticamente tutto d’un pezzo, (“la mia fiducia una volta persa è persa per sempre”), si assume pesi e responsabilità legate a gesti e dichiarazioni, ed è tutto il contrario dell’ometto bolso, mansueto e serviziovole, ma anche molto distante dallo spaccone simpatico, che dice parolacce o che beve e si dedica agli eccessi, distante anche dall’uomo medio. Certamente è un uomo intransigente anti-sociale, freddo, che ha in odio l’ipocrisia come ‘gioco di società’, che disapprova l’idea di intrattenersi in conversazioni con chi non gli ispira fiducia o con chi non è del suo rango intellettuale. L’espediente ironico della Austen funziona molto bene per restituire la dialettica erotica tra i due corteggianti, perchè Darcy e Lizzy si innamoreranno non prima di essersi battuti in una tenzone a colpi di bons mots, acidissime battute e baci appassionati restituiti sotto forma di smorfie, spintoni, linguacce e dolorosi pizzicotti. Quello che li unisce, oltre il vezzo beffardo e impertinente, è l’assoluta indipendenza dal giudizio degli altri, il disprezzo non simulato verso le molte bêtises della società, che scherniscono continuamente e senza timore di essere giudicati. Pensare di replicare questo scenario eccitante nella vita urbana contemporanea è l’ ambizione un pò bitching di tutte quelle piccole-grandi donne di cui si parlava, cioè le illuse affette da lizzismo: come si potrà somigliare alla protagonista soltanto in virtù di un indeterminato vitalismo simulato, o perchè si ama fare un pò di sarcasmo e battute di spirito, ballare, fare vita associata e sorridere teneramente ad amiche e sorelle? L’equivoco bovarista eccolo qua: civettuole e pettegole non significa seducenti e curiose, come mediamente istruite non fa rima con argute conversatrici, e l’ulteriore l’ironia è qualcosa di più che comune sens of humor, ma chissà perchè si pensa di ottenere il bottino grasso cavandosela col misero investimento. Ci domandiamo se queste pseudo-Lizzy vorrebbero realmente accanto a loro l’uomo più incontentabile e antipatico del pianeta, se saprebbero reggere il peso del suo fascino. E si accontenterebbe, Darcy, di ritrovarsi poi delle simil-Lizzy accondiscendenti schiave della moda, selfiste nei cessi pubblici, o con ciabatte orsacchiose, tatuaggetto, adepte di cantanti-pirati con barba, cappello strano e piercing sparsi?

Rubina Mendola

Si è laureata in Filosofia a Palermo. Il 29 Ottobre 2015 ha fondato Impressions, rivista online di critica culturale che attualmente dirige. Si dedica alla filosofia, alla critica, al pamphlets. I contesti filosofici della sua formazione sono il pensiero nietzscheano e le tangenze tra pensiero kantiano e wittgensteiniano, l’epistemologia, il pensiero analitico, la filosofia della scienza e del linguaggio. Si occupa di filosofia, critica cinematografica, new media e letteratura. In passato si è interessata alla storia dell’arte e all’estetica. Ha scritto per il Notiziario Bibliografico (Il Poligrafo-Padova), per alcune riviste online (Kill Surf City, Iovo.it, Rapporto Confidenziale) e per il quotidiano La Repubblica (Palermo). Ha pubblicato alcuni saggi e articoli per Mimesis e Franco Angeli.

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