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Il Deep Web non è quello che sembra? - IMPRESSIONS - Rivista digitale di critica della cultura
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Il Deep Web non è quello che sembra?

Nel Deep Web si trovano droghe, pornografia, traffici illegali di vario tipo, libri. Quando l’FBI ha chiuso Silk Road – uno dei più grandi mercati neri di droghe online – arrestando Ross Ulbricht, la sua presunta mente, si è portata appresso anche il “club dei lettori” della Silk Road (poi rinata con lo stesso nome, versione 2.0, poco dopo). E sembrano essere molte le biblioteche fornite, come “The Imperial Libray of Trantor” o “Tor Library”.

Un professore di sicurezza informatica, Nicolas Christin (Carniege Mellon University), pubblicò una ricerca proprio sul Silk Road e sul suo modello di business (i dati si riferivano all’anno 2012), dalla quale emergeva un mercato capace di realizzare 22 milioni di dollari di vendite, considerando il solo mercato della droga. Nella top 20 delle categorie più vendute, la voce “libri” si attestava al quinto posto.

Uno studio condotto da Pierluigi Paganini, Chief Information Security Officer di bit4id con Richard Amores, intitolato “Artemis”, che prendeva in considerazione 25mila siti del Deep Web, ha restituito il seguente scenario: forum, blog e portali si occupavano per il 28% di hacking, il 23% di cyber crime, il 17% di propaganda politica e terroristica, il 4% di pornografia e pedofilia.

Che genere di letteratura si trova, in un ambiente del genere?

“Quello che ho sempre riscontrato erano testi di controinformazione, anarchia, cospirazione, o breviari sulle tecniche di hacking, fino a prontuari sulla sintetizzazione delle droghe”, scrive Paganini, fondatore del blog Security Affairs. “I testi sono settoriali, come settoriali sono la maggioranza dei siti che albergano il web profondo”, conferma Fabio Sanvitale, che sta conducendo su Cronaca-Nera.it un’inchiesta a puntate sul tema.

Eppure, sebbene il materiale reperibile sia tutto in inglese, pare che anche la saggistica trovi il suo spazio negli abissi. “I canali Tor, dalle ricerche che ho effettuato sul tema, sono il modo migliore per accedere a risorse poco distribuite e difficilmente reperibili attraverso i canali tradizionali”, spiega Davide Bennato, docente di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania. “Testi che hanno a che fare con la ricerca scientifica, per esempio”.

Sono molto coperte le scienze sociali e l’informatica e con una ricerca per parole chiave risulta non troppo difficile trovare PDF o interi libri scansionati. Per velocizzare le operazioni, spesso le ricerche individuali vanno a braccetto con cartelle Dropbox condivise tra persone che hanno gli stessi interessi.

Mike Bergman, fondatore di BrightPlanet, teorizzò il Deep Web attraverso una metafora: se si pensasse di gettare una patina sulla superficie dell’Oceano, si troverebbe sopra – e quello sarebbe tutto il Web rintracciabile dai motori di ricerca. Sotto, invece, si trova il Web profondo, una serie di risorse informative non tracciate dai giganti della rete. E quali sono le dimensioni di questi abissi? Si parla di qualcosa di 500 volte più grande rispetto al Web di superficie (questo considerando che cioè che sta “sotto” è molto fluttuante, così come il fatto che i motori di ricerca non indicizzino tutto quello che sta “sopra”).

“Secondo Tor Project, nel periodo dal 17 agosto al 15 novembre 2013, la classifica degli utilizzatori di Tor vedeva l’Italia al sesto posto nel mondo (quarto in Europa) con 173mila utenti, circa il 4% del totale mondiale”, spiega Sanvitale. Non male, se si considera che navigare negli abissi non è affare poi così scontato. “Bisogna trovare una ragione per farlo, considerando la difficoltà d’accesso”, continua il giornalista. “Non è una struttura di certo incoraggiante ed è necessario aver sviluppato una certa sensibilità in tema di anonimato, privacy e sicurezza”. Senza contare la lentezza nella trasmissione dei dati.

I picchi nell’utilizzo di Tor e compagnia si sono registrati (persino in Vaticano) dopo il caso Snowden e relativo Datagate. Alla stessa maniera, la “moda” di parlare di Deep Web, Hidden Web, o Dark Web che dir si voglia (c’è chi differenzia intendendo con Dark quello che concerne droga e pornografia), è andata a braccetto con l’esplosione di BitCoin, la moneta virtuale con cui si possono pagare le merci.

Se è vero quindi, che il movimento letterario è solo una parte non cospicua del Deep Web, non va dimenticata la natura primaria della rete sotterranea. “Prima di descriverlo come un girone dantesco dove non si sa bene a cosa si va incontro, va ricordato che la finalità principale delle infinite possibilità di Tor e altri (ci sono anche gli I2p, per esempio) è quella di poter garantire l’anonimato“, spiega Paganini. “Per questo il Deep Web è navigato da giornalisti che operano in condizioni di pericolo, tanto per dirne una, o dalle intelligence, per scambiare informazioni in modo diretto, così come potrebbe essere un sistema di controllo per infrastrutture critiche. Mi piace usare una metafora orizzontale per il Deep Web: ci sono spazi in cui non è bene avvicinarsi, così come nessuna persona di buonsenso andrebbe di notte da sola nei quartieri peggiori della propria metropoli” .

Rubina Mendola

Critico e pamphlettista, si è laureata in Filosofia a Palermo. I contesti filosofici della sua formazione sono il pensiero nietzscheano e le tangenze tra pensiero kantiano e wittgensteiniano, l’epistemologia, il pensiero analitico, la filosofia della scienza e del linguaggio. Si occupa di filosofia, critica cinematografica, new media e letteratura. In passato si è interessata alla storia dell’arte e all’estetica. Ha scritto per il Notiziario Bibliografico (casa editrice Il Poligrafo-Padova), per alcune riviste online (Kill Surf City, Iovo.it, Rapporto Confidenziale) e per il quotidiano La Repubblica (Palermo). Ha pubblicato alcuni saggi e articoli per Mimesis e Franco Angeli. Il 29 Ottobre 2015 ha fondato Impressions, la rivista online di critica culturale.

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