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A proposito di Villa Deliella a Palermo. Riflessione sul ricostruire "com'era e dov'era" - IMPRESSIONS - Rivista digitale di critica della cultura
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A proposito di Villa Deliella a Palermo. Riflessione sul ricostruire “com’era e dov’era”

di Giuseppe Ferrarella

“Ogni città ha un suo programma implicito che deve saper ritrovare ogni volta che lo perde di vista. Pena l’estinzione. Gli antichi rappresentavano lo spirito della città con quel tanto di vaghezza e quel tanto di precisione che l’opera comporta, evocando nomi degli dei che avevano presieduto alla sua fondazione. Una città può passare attraverso catastrofi e medioevi, vedere stirpi diverse succedersi nelle sue case, vedere cambiare le sue case pietra per pietra, ma deve, al momento giusto, sotto forme diverse, ritrovare i suoi dèi”[1].

Gli dei di Calvino incarnano le idee che hanno costituito la città. Idee che, permanendo attraverso minime variazioni, tradimento dopo tradimento, giungono nel presente veicolate dal costruito, dal non costruito e dal demolito. Diverse da come erano prima eppure ancora simili a se stesse, sono – quantomeno per ciò che concerne l’architettura – i temi, i tipi e i principi che informano l’arte del costruire proprio di un luogo, in rapporto alle risorse materiali e culturali dello stesso. L’identità di un luogo non è costituita solamente da artefatti ma anche da idee (e dalle ragioni a esse sottese) che permettono di collocare nel tempo i primi in modo più preciso di qualsiasi datazione[2]. L’opera è costituita dall’artefatto e dalla sua ragione: l’insieme delle due cose consente di comprendere a quale ‘contemporaneo’[3] appartenga. Per questo gli oggetti posseggono almeno due istanze fondamentali: quella dell’oggetto in sé (che non significa altro che se stesso) e quella delle ragioni della sua forma, che appartengono tanto all’oggetto quanto alla sua ‘famiglia di forme’. In terza istanza vi sono i significati altri: metafore, simboli, figure la cui natura rispetto all’oggetto è esogena, non appartenendogli ed esistendo esclusivamente come apparato effimero o, comunque, transitorio.

Capita, come nel racconto di Calvino, che una città passi per catastrofi e medioevi. In momenti come questi, in cui il presente è incerto e i valori inconsistenti, l’attenzione tende a volgersi al passato[4]: si vagheggia l’idea di un luogo migliore che è stato e che ora non è più o che forse, semplicemente, non è mai stato. Un po’ come quando ci si perde in un quartiere confuso e rumoroso, o nel frastuono di una metropoli: per capire dove andare ci si fissa su un oggetto alto e lontano, come una torre o una cupola. Ciò che si cerca, tuttavia, non è l’oggetto scrutato, ma la strada di casa.

Villa Deliella è stata una delle architetture che hanno incarnato una tradizione antica: quella che, a ritroso, attraversando il moderno, giunge fino alle esperienze compositive maturate ai tempi della rivoluzione francese. Questa maniera di pensare l’architettura esiste ancora: prediligendo il silenzio e affrettandosi con lentezza, fonda il nuovo sulla permanenza delle idee, non sul transitorio della materia.

Il dibattito sulla possibile ricostruzione di Villa Deliella è stato presentato da una lettera aperta nella quale si afferma che «niente può sostituire nella memoria e nella coscienza Villa Deliella; niente se non Villa Deliella può colmare il vuoto lasciato alla città». Ma villa Deliella non c’è più e l’utopia del come era dove era produrrebbe solamente un feticcio, incapace di restituire l’effettività di quanto perduto. L’assenza di quella seconda istanza degli artefatti prima ricordata – le ragioni che hanno determinato la forma – e le mutate condizioni del sito, produrrebbero la distonia di una copia innestata in un contesto oramai altro. La ricostruzione ‘tautologica’ di un edificio (che non può essere paragonata alle reintegrazioni postbelliche sui monumenti parzialmente distrutti) determina un falso storico. L’identità e la memoria, gli dei della città, prescindono la materia pur facendone parte: non gli si è fedeli imponendo pedissequamente alla realtà gli edifici del passato. Villa Deliella è stata una delle architetture che hanno incarnato una tradizione antica: quella che, a ritroso, attraversando il moderno, giunge fino alle esperienze compositive maturate ai tempi della rivoluzione francese. Questa maniera di pensare l’architettura esiste ancora: prediligendo il silenzio e affrettandosi con lentezza, fonda il nuovo sulla permanenza delle idee, non sul transitorio della materia.

Per sessant’anni si è parlato e si è scritto sulla lacuna determinata dalla demolizione di villa Deliella. Per anni, studenti e architetti si sono cimentati con questa occasione di progetto. Molti hanno avanzato proposte e tradotto in forma idee: ma nella Palermo che ‘dice’ di volersi riscattare, la proposta di ricostruzione ‘tale e quale’ suona come resa all’incapacità di rinnovamento. Il valore simbolico della ricostruzione non sarebbe di “riscatto”, non più di quanto lo sarebbe stato ricostruire tali e quali le torri gemelle di New York City. Palermo non ha bisogno di ulteriori simboli, non serve portare in processione una sesta patrona: occorre invece determinare il nuovo a partire dalle idee custodite nella memoria del passato, perpetuare la ‘famiglia spirituale’ delle forme proprie della città. Gli dei della città, in fondo, non sono altro che gli «avi e gli amici» della famiglia spirituale cui si dichiara di appartenere, e questi «non sono ricordo, ma presenza. Essi stanno ritti davanti [a noi] più che mai vivi»[5]. Tocca a noi scegliere i nostri avi,  tocca a noi ritrovare i nostri dei.

Immagine di copertina

Ernesto Basile, Villa Deliella a Palermo, 1898. Fotomontaggio.


[1] I. Calvino, Gli dei della città, in Saggi 1945-1985, a cura di M. Barenghi, Tomo I, Mondadori, Milano 1995, pp. 349-350.

[2] Cfr. H. Focillon, Vita delle Forme. Elogio della Mano, Einaudi, Torino 2002.

[3] Ibidem.

[4] Cfr. V. Gregotti, Necessità del passato, in Il progetto del passato. Memoria, conservazione, restauro, architettura, a cura di B. Pedretti, Mondadori, Milano 1997.

[5] Cfr. H. Focillon, Vita delle Forme. Elogio della Mano, cit.

Giuseppe Ferrarella

Laureato a Palermo in Architettura, è iscritto al corso di dottorato "Architettura: Innovazione e Patrimonio" all’università Roma 3. Vive, studia e progetta a Roma.

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